omon ra

di Viktor Olegovi Pelevin


Omon non è un nome molto comune e forse nemmeno il più bello che ci sia. A chiamarmi così è stato mio padre, che ha lavorato tutta la vita nella milizia e voleva che anch’io divetassi poliziotto.
«Dammi retta, Omka» mi diceva spesso quando aveva bevuto, «quando entrerai nella milizia, beh, con un nome così, allora sì che… E se in più prenderai anche la tessera del partito…»
Anche se qualche volta gli era toccato sparare addosso alla gente, mio padre era un bonaccione, premuroso e allegro di natura. Mi voleva molto bene e sperava che almeno a me nella vita le cose andassero come a lui non erano mai andate. Quanto a lui, si sarebbe accontentato di un fazzoletto di terra nei dintorni di Mosca dove coltivare barbabietole e cetrioli: non per andare a venderli al mercato o per mangiarseli (certo, anche per quello), ma piuttosto per mettersi a torso nudo a rivoltare la terra con la vanga e starsene a guardare come si agitano i vermi rossi e tutto il resto della vita sotterranea, per trasportare carriole di letame su e giù per il villaggio delle dacie e fermarsi a fare quattro chiacchiere davanti ai cancelletti dei vicini. Quando si era reso conto che niente di tutto questo si sarebbe mai realizzato, cominciò a sperare che una vita felice sarebbe toccata in sorte almeno a uno dei fratelli Krivomazov (mio fratello maggiore Ovir, di cui mio padre voleva fare un diplomatico, morì di meningite quando faceva la quarta e io ricordo soltanto che aveva una grande voglia oblunga sulla fronte).
Non è che i progetti che mio padre coltivava sul mio conto mi avessero mai ispirato particolare fiducia: in fondo lui stesso era membro del partito, aveva un nome niente male, Matvej, ma tutto quello che ne aveva ricavato era una misera pensioncina e la sua solitudine da vecchio alcolizzato.
La mamma la ricordavo poco e niente. Un solo ricordo mi era rimasto impresso nella memoria: papà, in uniforme e ubriaco, che cercava di tirare fuori la pistola dalla fondina e lei, coi capelli arruffati e in lacrime, che lo afferrava per i polsi e urlava: «Matvej, torna in te!».
Morì che io ero ancora piccolo. Crebbi a casa della zia e andavo a far visita a mio padre nei giorni di festa. Di solito lo trovavo gonfio e paonazzo, con quella sua decorazione, di cui andava molto fiero, appuntata di traverso sulla giacca tutta impataccata del pigiama. Nella stanza c’era sempre cattivo odore e sulla parete era appesa una riproduzione dell’affresco della Creazione di Michelangelo, con Adamo disteso sulla schiena e un Dio barbuto che gli plana sopra e tende la sua mano verso quella, più esile, dell’uomo. Quell’immagine esercitava una strana impressione sull’ animo di mio padre, evidentemente gli ricordava qualcosa del passato. Quando ero nella sua stanza mi sedevo spesso per terra a giocare con un trenino, mentre lui russava sul divano-letto. QuaIche volta si svegliava all’improvviso, strizzava gli occhi e mi stava un po’ a guardare, poi, appoggiandosi con una mano per terra, si sporgeva dal divano e mi tendeva l’altra mano, enorme e solcata di vene, che io dovevo stringere.
«Com’è che fai di cognome, tu?» mi chiedeva.
«Krivomazov» rispondevo io, con un falso sorriso timido, e allora lui si metteva ad accarezzarmi i capelli e tirava fuori le caramelle. E tutto questo lo faceva sempre in maniera talmente meccanica, che riusciva quasi a non farmi schifo.
Riguardo alla zia non ho molto da dire: mi trattava con indifferenza e si preoccupava solo che passassi quanto più tempo possibile fra colonie estive di pionieri e doposcuola. Tra parentesi, a proposito di scuole «a tempo pieno», soltanto adesso sono in grado di cogliere il fascino straordinario di questa locuzione.
Della mia infanzia ricordo solo tutto ciò che ruota intorno a quello che si potrebbe definire il sogno del cielo. Certo, non è con questo che è cominciata la mia vita. Prima ancora c’era una lunga stanza assolata, piena di altri bambini e di grandi cubi di plastica sparpagliati in disordine sul pavimento; c’ erano i gradini, coperti di ghiaccio, dello scivolo di legno su cui mi arrampicavo in fretta; c’erano, nel cortile di casa, delle statue di gesso, colorate e tutte screpolate, che raffiguravano giovani trombettieri, e poi c’erano tante altre cose. Ma è difficile affermare che sia stato proprio io a vedere tutto questo: nella prima infanzia (come forse anche dopo la morte) l’uomo si muove contemporaneamente in tutte le direzioni e quindi si può anche ritenere che egli ancora non esista. La personalità emerge solo più tardi, quando si manifesta la ferma volontà di seguire un’unica direzione.
Abitavo a pochi passi dal cinema Kosmos. Il nostro quartiere era dominato da un razzo di metallo in cima a una specie di colonna di fumo fatta di titanio che si andava via via assottigliando a una delle estremità e che assomigliava a una gigantesca scimitarra conficcata nella terra. È strano, ma non era stato quel razzo a dare il primo impulso alla formazione della mia personalità; era stato invece l’aeroplano di legno dei giardinetti sotto casa. Non era proprio un aeroplano, ma una casetta con due piccole finestre alla quale, durante certi lavori di ristrutturazione, qualcuno aveva inchiodato le ali e la coda ricavandole dalle assi di uno steccato abbattuto. Poi il tutto era stato dipinto di una vernice verde ed era stato decorato con grandi stelle rossicce. Dentro ci si poteva stare in due o tre al massimo. C’ era anche una minuscola soffitta con una finestrella triangolare che dava sul muro dell’ufficio di reclutamento. Per tacito accordo di tutto il cortile, quella soffitta era considerata la cabina del pilota e così quando abbattevano l’aeroplano, prima saltavano fuori quelli che erano nella fusoliera e soltanto dopo, quando ormai la terra si avvicinava con un ruggito agli oblò, solo allora il pilota poteva seguire gli altri (certo, sempre che facesse in tempo). lo cercavo sempre di fare il pilota e imparai perfino a vedere il cielo, le nuvole e la terra che scorreva via, laggiù in basso, al posto del muro di mattoni dell’ufficio reclute, con le violette pelose e i cactus polverosi che stavano a guardare desolati dalle finestre.
Adoravo i film sugli aviatori, e fu proprio uno di quei film a procurarmi una delle emozioni più forti della mia infanzia. Una volta, era una sera di dicembre cosmicamente nera, accesi il televisore della zia e sullo schermo vidi un aeroplano che oscillava sulle sue ali. Aveva un asso di picche e una croce sulla fusoliera. Mi chinai, avvicinai la faccia allo schermo e immediatamente apparve in primo piano la cabina: un volto che non sembrava neanche umano, con occhialoni tipo quelli da sciatore e un casco con cuffie di ebanite lucida, sorrideva attraverso i vetri spessi. Il pilota sollevò una mano coperta da un lungo guanto nero e mi salutò. Poi sullo schermo apparve un altro aereo, inquadrato dall’interno: dietro due cloche identiche erano seduti due piloti con i giubbotti imbottiti che, attraverso la lastra di plexiglas incorniciata nell’acciaio, erano impegnati a seguire le evoluzioni del caccia nemico che volava vicinissimo a loro.
«È un M-I09» stava dicendo un pilota all’altro. «Vedrai che ci faranno rientrare.»
L’ altro, che aveva un bel volto emaciato, annuì.
«Non ti porto rancore» disse, riprendendo evidentemente una conversazione interrotta. «Ma ricordati una cosa: fa’ che questa storia fra te e Varja duri per tutta la vita… Fino alla tomba!»
A questo punto smisi di seguire l’ azione sullo schermo: mi aveva folgorato un’idea. Anzi, non si trattava proprio di un’idea, ma della sua ombra debolmente impressa nella mia coscienza (era come se quel pensiero mi fosse scivolato accanto alla testa, sfiorandola appena). L’idea era questa: se solo un attimo prima, guardando lo schermo, era stato come vedere il mondo dalla cabina di due aviatori in giubbotto, allora niente mi impediva di ritrovarmi in quella o in qualsiasi altra cabina, senza bisogno di alcun televisore. In fondo il volo si riduce a un insieme di sensazioni che io già da un pezzo avevo imparato a simulare, seduto nella soffitta della mia alata baracchetta dalle stelle rosse, quando osservavo il muro dell’ufficio reclute trasformarsi in cielo e producevo deboli ronzii con la bocca.
Questa confusa intuizione mi aveva talmente scombussolato che continuai a guardare il resto del film distrattamente e rientravo nella dimensione televisiva soltanto quando sullo schermo apparivano scie di fumo o una schiera di aeroplani nemici fermi al suolo sembrava venirmi incontro. “Questo significa” pensavo “che è possibile guardare da dentro se stessi come da dentro un aeroplano e che non è affatto importante da dove si guarda: è più importante ciò che si vede…” Da quel momento in poi, passeggiando d’inverno per le vie della città, immaginavo spesso di volare dentro un aereo sopra un campo innevato; quando svoltavo, piegavo la testa e il mondo si inclinava docilmente a destra o a sinistra.
Ma, nonostante tutto, quella persona che con sicurezza potrei definire me stesso si sviluppò solo più tardi e gradualmente. Ritengo che il primo barlume della mia vera personalità sia stato l’istante in cui capii di poter aspirare, oltre che alla sottile pellicola del cielo, anche all’abissale oscurità del cosmo. Accadde quello stesso inverno, una sera che me ne stavo a gironzolare dentro la VDNCH. Stavo camminando lungo un vialetto coperto di neve, buio e deserto, quando a un tratto alla mia sinistra sentii un ronzio, come quello di un enorme telefono. Mi voltai e lo vidi. Seduto sul vuoto come su una poltrona e rovesciato un po’ all’indietro, sembrava galleggiare venendo lentamente in avanti. Dietro di lui, altrettanto lentamente, tubi di gomma si tendevano nello spazio. Il vetro del suo casco era nero e l’unica cosa che rifletteva era uno sprazzo di luce triangolare, ma io sapevo che mi stava guardando. Doveva essere già morto da secoli. Le sue braccia si protendevano con fiducia verso le stelle e le gambe non avevano bisogno di alcun appoggio, tanto che capii una volta per tutte che era solo l’ assenza di gravità a dare all’uomo la vera libertà. Fra l’altro, era questo il motivo per cui tutte quelle trasmissioni radio occidentali clandestine e tutti i libri dei vari solzenicyn di turno mi avevano sempre provocato una noia mortale. In cuor mio, certo, avevo sempre provato profonda ripugnanza per uno stato le cui richieste, incomprensibili ma minacciose, costringevano qualsiasi gruppo di persone che si fosse aggregato anche solo per una frazione di secondo a imitare con zelo il più spudorato dei suoi membri. Una volta capito che pace e libertà non sono di questa Terra, mi votai anima e corpo al cielo, e tutto ciò che era necessario al cammino da me intrapreso non cadeva più in alcuna contraddizione con la mia coscienza, perché la coscienza mi chiamava nel cosmo e s’interessava assai poco di quello che accadeva sulla Terra.
Sulla parete del padiglione della mostra, illuminato da un riflettore, davanti a me c’era soltanto un mosaico che ritraeva un astronauta nello spazio aperto, ma in un solo secondo quell’immagine mi aveva trasmesso molto più di quanto avessero fatto tutte le decine di libri che avevo letto fino a quel giorno. Rimasi a fissarlo a lungo, finche a un tratto non mi accorsi che qualcuno stava fissando me.
Mi guardai attorno e vidi che alle mie spalle c’ era un ragazzino della mia età dall’aspetto un po’ bizzarro. Indossava un caschetto di pelle con cuffie di ebanite lucida e al collo gli pendevano degli occhialetti da piscina di plastica. Era più alto di me di mezza testa e probabilmente era un po’ più grande d’età. Entrando nella zona illuminata dal riflettore, sollevò una mano guantata di nero, tese le labbra in un freddo sorriso e davanti ai miei occhi balenò per un istante l’ aviere nella cabina del caccia con l’asso di picche.
Si chiamava Mitek. Venne fuori che abitavamo vicinissimi, solo che frequentavamo due scuole diverse. Mitek aveva molti dubbi, ma una cosa la sapeva perfettamente: prima di tutto sarebbe diventato un pilota, e poi sarebbe andato sulla Luna.